Cosa significa vivere e morire per l’uomo d’oggi?

Tra miti, letteratura e religione, la morte non è un’idea astratta, ma un’insieme d’immagini per riflettere sui misteri dell’esistere. Spesso i superstiti costruiscono un mondo parallelo al proprio, in modo da prolungare la vita e il dialogo con i propri cari.

Cosa significa vivere e morire per l’uomo d’oggi? L’uomo moderno è finito in un tempo che distrugge: il presente è inafferrabile e la durata non si può abolire. Allo stesso tempo la morte è divenuta per un certo verso un tabù, occorrenza occultata fino all’ultimo allo stesso moribondo. Essendo immersi nello spazio e nel tempo, non creano altri modelli che quelli che quelli che possiedono. C’è chi cerca ragioni nella religione, ma anche in non credenti prolungano la vita con la memoria del defunto.

Secondo le tre religioni monoteiste, al momento della morte, l’anima abbandona il corpo e la vita terrena per ricongiungersi a Dio.

Ma la concezione dell’aldilà è differente nelle tre religioni: per il cristianesimo i buoni vanno in paradiso, dove godono uno stato di eterna beatitudine. Mentre i malvagi sono destinati all’inferno, dove sconteranno le loro pene. I cattolici del medioevo aggiungono un luogo intermedio, il purgatorio, dove i peccatori che si sono pentiti in vita subiscono dei castighi per espiare le proprie colpe ed entrare in paradiso. Mentre i protestanti e gli ortodossi lo rifiutano.

Nella letteratura biblica si parla più volte di resurrezione dei morti. Ma nel caso della Resurrezione di Cristo, ci troviamo di fronte a un evento straordinario: per Gesù la resurrezione non fu un semplice ritorno alla vita antecedente alla morte, ma una nascita cioè un modo di essere e di vivere totalmente nuovo, pieno e definitivo. La resurrezione è dunque intesa come ricomposizione del soggetto incarnato, che è l’uomo nella sua complessità costitutiva di anima e corpo, dopo la scissione causata da una morte reale.

L’ebraismo non dà invece risposte precise né dà dogmi in cui credere, su ciò che avviene dopo la morte. Nella Torà e nei libri posteriori, vi sono accenni al regno dei morti ed ad un’epoca di risurrezione. Così pure vi sono brani liturgici che accennano a ciò. Poiché però nulla è stato affermato di preciso, nell’ambito dell’ebraismo possono convivere diverse correnti di pensiero e di scuole interpretative. Si va dai mistici cabalisti ai razionalisti che interpretano diversamente questi brani. Comunque l’identificazione di un ebreo si realizza non tanto in quello che crede circa il mondo futuro, quanto come agisce in questo mondo.
La resurrezione è uno dei tre principi fondamentali della religione islamica, per cui la morte non è l’annientamento dell’uomo. Lo spirito continua a vivere e abbandona il corpo, che invece si decompone e scompare.

Di conseguenza, chi ha agito bene nella sua vita gode della beatitudine e dei doni di Dio. Chi invece ha operato il male sarà tormentato. Quando poi ci sarà il Giudizio Universale tutti risponderanno delle proprie azioni che hanno compiuto durante la loro vita terrena. Il mondo nel quale vive l’uomo dalla sua morte fino al Giorno del Giudizio è chiamato “Barzakh”.

Per le religioni orientali la morte non è altro che una continua rinascita e reincarnazione. Ad esempio, gli induisti e i gianisti credono che ogni creatura si reincarni in un altro corpo, vegetale, animale o umano. L’esistenza è vista come un dramma, dal quale si desidera liberarsi. La liberazione – o moksha – consiste nella scoperta dell’illusorietà della propria identità individuale (atman), per ricongiungersi con il brahman, che è l’Uno indivisibile.
Secondo i buddhisti, per 49 giorni dopo la morte l’individuo vaga tra il mondo dei morti e quello dei vivi; dopodiché il meccanismo del karma decide in quale corpo si reincarnerà. Come per gli induisti, l’obiettivo ultimo è di porre fine al ciclo ininterrotto delle rinascite per raggiungere l’estinzione delle sofferenze, o nirvana.

Anche i sikh credono nella reincarnazione, tranne che per loro la liberazione non consiste nell’annullamento di sé, bensì nella ricongiunzione dell’anima con Dio.

Infine, per gli atei la morte non è nient’altro che la fine di tutto, oltre la quale non c’è nulla. Ma spesso il ricordo del defunto continua comunque a vivere attraverso la memoria.

Federica Costamagna