Felicità, coraggio di vivere e amicizia

Quali sono i rimpianti più comuni e come possiamo affrontare  le problematiche che nascondono mentre siamo in vita e abbiamo ancora il tempo e le forze per farlo.

Con puntualità stiliamo la lista dei nostri progetti e desideri, in occasione di ogni ricorrenza speciale: compleanno, capodanno e ogni inizio stagione. Ma troppo spesso ci facciamo schiacciare dagli impegni, dalla paura o più semplicemente dalla stanchezza. Così noi stessi sabotiamo i nostri sogni, vivendo reclusi in una gabbia da noi costruita.

Lo aveva capito bene Steve Jobs, co-fondatore di Apple e forse il più grande genio e sognatore dei nostri tempi, morto a 56 anni. Celebre è la sua frase: “Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo… prima o poi avrai ragione. Il tempo è limitato, quindi non sprecarlo vivendo la vita di qualcun altro”.

Su questo stesso pensiero, il regista belga Jaco Van Dormael ha dato forma alla trama del suo film “Dio esiste e vive a Bruxelles” (2015): Dio è un ometto sadico che ha creato l’umanità solo per avere qualcosa da tormentare. Vive in un piccolo e lurido appartamento a Bruxelles insieme alla moglie e alla piccola figlia Ea. Egli controlla e manipola la realtà da un vecchio computer, collocato nel suo studio, nel quale nessuno può entrare. Un giorno, per curiosità,  entra nell’ufficio scoprendo che, invece di proteggere e tutelare gli uomini, suo padre li maltratta. Stanca delle continue violenze, decide quindi di scappare, andare in cerca degli apostoli e scrivere il Nuovissimo Testamento. Non prima di averne estratto i dati sensibili ed aver spedito a ciascun essere umano, via sms, la propria data di morte in forma di vero e proprio countdown. Scatenando una rivoluzione planetaria ma cambiando, naturalmente in meglio, la qualità della vita di tutti.

La conclusione è semplice: chiunque può morire in pace, basta fare scelte consapevoli. Lo ha osservato Bronnie Ware, un’infermiera australiana nella rete delle Cure Palliative per i malati terminali, che assisteva i moribondi nelle loro ultime 12 settimane. Lei ha riportato per anni le loro ultime parole e desideri in un blog intitolato “Inspiration and Chai” che ha avuto un seguito talmente grande da convincerla a scrivere un libro intitolato “I 5 più grandi rimpianti dei morenti”.

Quando Ware ha chiesto ai suoi pazienti di eventuali rimorsi, o su qualcosa che avrebbero fatto diversamente, sono venuti fuori molti temi comuni: non aver speso più tempo con la propria famiglia, coltivato le amicizie o cercato con più accortezza la via della felicità. Nessun accenno al non aver fatto più sesso o a non avere provato a fare sport estremi, ad esempio.

Nella classifica di Ware, questi sono i 5 rimpianti più comuni:

1) Avrei volunto avere il coraggio di vivere la mia vita : in punto di morte guardarsi dietro e vedere che la vita vissuta è stata soltanto il riflesso di ciò che desideravano gli altri e non avere mai fatto ciò che si desiderava personalmente.

2)Avrei voluto lavorare di meno: questo il rimpianto dei più stacanovisti. Persone che per studiare troppo e lavorare di più, hanno rinunciato alla loro giovinezza prima e a quella dei loro figli poi, oppure hanno rinunciato ad avere una famiglia propria.

3)Avrei voluto avere il coraggio di esprimere i miei sentimenti: se avessi avuto quel pizzico di coraggio in più che sarebbe servito a confessarle o confessargli i miei sentimenti (belli o brutti) oggi forse vivrei un’altra vita, molte persone sopprimono i propri sentimenti per vivere in pace con gli altri.

4)Sarei voluto rimanere in contatto con gli amici: siamo così impegnati e occupati con la nostra vita da dimenticare e perdere i nostri amici.

5)Avrei voluto essere più felice: capita spesso di non rendersi conto sino alla fine che la felicità è tutt’altro rispetto a quello che credevamo e di aver sprecato la vita dietro a delle banalità senza mai essere stati realmente felici.

Federica Costamagna