Still life

Ci sono mestieri che nessuno avrebbe mai sognato da bambino. Per alcuni potrebbe essere un lavoro come un altro. Ma alla fine avere a che fare con la morte non lo è.

Rintracciare i parenti di un defunto per comunicare loro il decesso non è semplice, tanto meno divertente. Ma qualcuno riesce a metterci impegno, dedizione e poesia come John May, protagonista del film “Still life” (2013) di Uberto Pasolini.
La sua storia nasce da una figura realmente esistente in Inghilterra: l’impiegato comunale addetto a rintracciare il parente più stretto delle persone morte in solitudine, che oltre a cercare i conoscenti del defunto, si occupa anche del funerale. Molti infatti vivono da soli, lontani magari dalla propria famiglia e da qualsiasi altro legame più stretto.

«Ho avuto l’idea leggendo un’intervista a uno di questi funzionari. Volevo raccontare, un po’ a basso volume, l’isolamento che colpisce sempre più persone, soprattutto anziani e giovani, nella nostra società. – spiega il regista italiano Uberto Pasolini – Ma il film parla anche dell’importanza della vita, del prestare attenzione a quella degli altri e di lasciare agli altri la possibilità di entrare nella nostra».

Così May entra nelle case londinesi dei morti senza famiglia, raccoglie i loro oggetti e le loro fotografie, nella speranza di rintracciare un parente o un amico per informarlo e invitarlo al funerale. A volte ricostruisce la loro vita attraverso i pochi frammenti raccolti, per garantire loro almeno un elogio funebre non troppo anonimo. Nel suo ufficio asettico e grigio, ricompone poi i pezzi delle vite perdute. E lo fa in modo riflessivo, con molta cura e lentezza. Inoltre, s’impegna a organizzare una cerimonia funebre, così come avrebbe gradito il defunto.E dietro al feretro che va verso il cimitero May non manca mai. In fondo, pure lui è solo, per cui riesce a empatizzare coi suoi cari morti.

Per questo si sentirà affranto quando i suoi superiori gli comunicheranno, che sarà licenziato, a causa di un taglio dei costi. Metterà quindi tutto il suo animo nel seguire l’ultimo caso, che aprirà per lui e la sua vita un orizzonte sorprendente e inaspettato.

Il risultato è un film delicato che commuove e stimola a riflettere, insegnando che vale la pena vivere la propria vita fino in fondo, malgrado il dolore e le difficoltà.

Federica Costamagna